Ieri sera a Villa Casali regnava il malumore, un pianto isterico di gruppo aveva accompagnato parte del pomeriggio e la serata si prospettava essere pateticamente triste. Fortuna che V., una delle mie coinquiline, informa me ed I., l’altra coinquilina, che al circolo Il pane e le rose proiettano Paz, “no! Grande! Dobbiamo andarci assolutamente, adoro quel film”. Il mio entusiasmo viene prontamente frenato da I. che si offre addirittura di cucinarmi un risotto per tenermi in casa, ma alla fine la spunto io, Paz non si può assolutamente perdere. Città morta, desolante come e più del solito, il freddo penetra nelle pelle, le mani si fanno sempre più rosse e dolenti mentre pedaliamo veloci verso Corso Diaz. Arriviamo a film già iniziato, fa niente, tanto già l’ho visto. Il piano era: guardiamo il film, beviamo una cosa approfittando del ricco buffet che poi tanto ricco non era e ce ne torniamo a casa. Ma come spesso accade in queste serate si finisce sempre con lo stravolgere totalmente i piani iniziali. Si incontrano amici, poi amici di amici e così si inizia a fare il giro dei locali forlivesi che offrono un po’ di vita (che poi saranno 4 o 5 al massimo). Da un locale all’altro la serata scorre velocemente, finché non arriviamo in una specie di discoteca (sì,anche a Forlì esiste una discoteca, sono stupita quanto voi). Odio le discoteche, detesto la musica house, ma in compagnia si fa questo ed altro, così decidiamo di entrare. Clima adolescenziale, musica inascoltabile, caldo illegale, ci metto un po’ ad ambientarmi, ma poi provo a ballare e tutto sommato con V. e I. ci si diverte parecchio. Ovviamente, da brava sociologa, mentre fingo di ballare inizio a guardarmi intorno incuriosita dal comportamento da discoteca del tipico maschio italiano.
Il primo che si avvicina è il classico ragazzo sicuro di sé, troppo sicuro di sé, mi mette un braccio intorno alla vita e ignora il fatto che io continuassi a “scollarmelo” con fare seccato. All’ennesimo tentativo fallito, con uno spiccato accento sardo, mi chiede: “e se poi ti penti?”, cavolo quanto è pieno di sé ‘sto tipo, decisamente odioso, lo mando a quel paese e mi allontano mettendomi a ballare qualche metro più in là. Mentre ballo noto un ragazzo sulla trentina che si avvicina a V. col caratteristico passo del felino che sta per catturare la sua preda. Movimenti lenti e ragionati, lui balla con lei, ma V, nemmeno se ne accorge, continua a scatenarsi da sola finché il ragazzo non si arrende e passa ad un’altra prede. Siamo ormai a metà serata, la stanchezza inizia a farsi sentire e le ragazze hanno bisogno di fumare. Così ci spostiamo nella sala fumatori, se prima non trovavo affatto gradevole quel locale, ora inizio ad odiarlo. La sala fumatori è una stanzetta piccola piccola col bar, c’è tanto di quel fumo che sembra di essere in una nebbiosa milano, ma per lo meno la musica è migliore rispetto a quella della sala principale e ci sono dei comodi divanetti. Mentre mi domando perché mai per ascoltare musica decente bisogna beccarsi tutto quel fumo passivo, ricomincio ad osservare quello che succede intorno, questa volta la “preda” è I., un paio di ragazzi le si avvicinano cercando di conquistare un ballo con lei, nasce una tacita competizione che lentamente si fa sempre più calda. I. nel frattempo continua a ballare ignara di ciò che sta accadendo alle sue spalle. I due ragazzi iniziano a litigarsi la futura preda, parlano, poi urlano, alla fine si spintonano, io assistevo all’interessante scenetta continuando a sorseggiare il mio drink, mentre V., senza ombra di dubbio meno menefreghista di me, si butta tra i due e a colpi di disco dance li separa. A questo punto noto che un ragazzo poco distante da noi fissa divertito V., lei saltava e lui sorrideva, lei si scatenava e lui sorrideva ancora di più, standosene fermo in un angolino aspettando il momento giusto per avvicinarsi. Poco dopo inizia a ballare con lei, la cosa dura poco perché V. pare poco interessata, ma di sicuro mi è parso l’approccio più simpatico, sarà forse per il bel sorrisetto che aveva il ragazzo. A questo punto mi ributto in pista anch’io per fare gli ultimi salti della serata, non faccio in tempo ad alzarmi dal divanetto che un ragazzo mi chiede se voglio ballare, il mio “no” secco lo sorprende e mi sento dire che sono sgarbata.
Questa assurda notte forlivese finisce con una caviglia slogata, quella di V., e io che mi scopro ad essere snob e antipatica, ma in un ambiente del genere è il minimo, sembra di essere in una giungla con tanto di prede e predatori. Ecco, questa è la metafora perfetta che descrive il decadimento comportamentale che colpisce i discotecari falliti (eh sì, sono decisamente snob).
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